25 Aprile e Primo Maggio, Liberazione e Resistenza o disillusa disobbedienza? Di Rita Marcucci

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Qualche giorno fa abbiamo celebrato in tutta Italia la Liberazione dal nazifascismo. Il giorno seguente, in collaborazione con il Comitato per la Pace di Nepi, la nostra Associazione Essere-Bene-Essere ha presentato una pellicola sulla Resistenza italiana, Achtung Banditi, di Carlo Lizzani. Un film, del 1951, quasi nello stile dei Cinegiornali Luce – che precedevano i film nelle sale con le immagini dalle zone di guerra – se non per il fatto che, al contrario di quei filmati, non aveva il carattere edulcorato e trionfalistico dei film bellici.

Anzi il gruppo di partigiani di Lizzani, che deve sabotare una fabbrica di armi, ha parecchio da fare con le quotidiane esigenze della vita, trovare da sfamarsi, un riparo, rimanere in contatto con gli amici e i parenti; e le scene in cui si spara sono poche, ma i caduti non si rialzano per imbracciare il fucile e seguire i compagni sopravvissuti che continueranno la loro battaglia con i tedeschi dalla montagna. Quando si muore, è il messaggio di Lizzani, si muore e i colpevoli, i responsabili devono essere fermati.

            Domani un’altra ricorrenza che ci unisce tutti, la festa dei lavoratori.

Anche chi pratica lo yoga è in prima linea nella battaglia per un lavoro sano, che si ami affrontare al mattino e che alla fine della giornata ci renda orgogliosi di essere liberi e indipendenti e senza padroni.

            Non è passato poi così tanto tempo da quando l’Italia fu coinvolta nell’avventura nazifascista. La promessa di riportare il nostro paese ai fasti dell’impero romano travolse le coscienze e ancora ai nostri giorni pesa su di noi l’incubo di aver dato spazio ad una ideologia fuorviante e pericolosa, e soprattutto per un motivo, perché propose al popolo proprio quello che invece gli voleva proprio negare: la dignità del lavoro, che rendesse giustizia in base all’appartenenza alla nazione senza troppa meritocrazia.

Con i fasci della Roma imperiale, il littorio con i simboli del lavoro, frecce e scuri, che imbonirono gli italiani, da fascis – spero di non annoiarvi con le mie digressioni etimologiche – che in latino vuol dire fagotto, borsa, involto, vocabolo relativo alla locuzione fas est: è lecito, è in osservanza alle leggi del fato, cioè quanto infili nella borsa alla fine della giornata di lavoro è ben guadagnato e quindi propizia il tuo fato.

Non sia cioè il lavoro mero abbrutimento ma in armonia con la natura, non alienante e disumano, quello che invece, appena arrivati al potere Mussolini e i suoi seguaci, imposero senza tanti mezzi termini ai nostri nonni e genitori. Ma non dobbiamo farne una colpa a loro, cioè a chi al fronte, nelle officine o poi nella Resistenza pagò in prima persona.

E non continuiamo a sentirci fanalini di coda dell’Europa per aver creduto alle promesse del giovane socialista Benito, anzi ridiamo di quel nome – Benito- che sa tanto di corsi e ricorsi storici, di uno che il bene comune lo prendeva sottogamba e per questo non fu perdonato proprio da quel fato a cui non aveva voluto credere. Il fato che premia i buoni e punisce chi si approfitta del loro candore. Auguri per il Primo Maggio e ‘Mens sana in corpore sano’, come dicevano i nostri simpatici avi.  

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