12 Ottobre 1492 La scoperta dell’America, fu gloria di Colombo o… di un piccione? La consapevolezza può approdare a nuovi continenti.

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ritratto di Colombo di Sebastiano Del Piombo

 Riceviamo un contributo della socia Rita Marcucci che volentieri pubblichiamo:

Ho trascorso qualche anno negli Stati Uniti. Per il Columbus Day, la giornata dedicata al grande navigatore genovese, la città di New York colora l’Empire State Building con un gioco di luci bianche rosse e verdi, facendo sventolare simbolicamente il nostro tricolore sulla ‘Grande mela’. Non è l’unico rapporto storico delle Americhe col nostro paese, quel famoso approdo sulle spiagge di San Salvador di un equipaggio italiano finanziato dalla Corona di Spagna al fine di individuare una rotta commerciale con le Indie concorrente con quella dei portoghesi. Lo stesso nome America fu coniato da un cartografo tedesco con riferimento a un altro grande esploratore italiano, Amerigo Vespucci, il quale, compiuti diversi viaggi dopo la prima traversata di Colombo, nel 1501 o giù di lì si rese conto per primo che stava esplorando un nuovo continente separato dall’Asia, mentre anche un’altra spedizione, quella portoghese di Pedro Cabral arrivata in Brasile nel 1500, continuava a parlare di Indie occidentali.

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Ma fu proprio in quella data, generalmente indicata come inizio dell’era moderna, che gli europei scoprirono l’America? Esistono documenti che parlano dei viaggi di popolazioni vichinghe che dalla Groenlandia sarebbero arrivate sulle coste di Terranova nel X sec. mentre alcuni ipotizzano addirittura che tutta la razza ‘amerindia’ sia la progenie di tribù siberiane arrivate a piedi traversando un istmo che congiungeva la terra russa all’Alaska più di 20.000 anni fa.

Possiamo allora anche interrogarci se non si descriva in fondo, con i viaggi di esplorazione dei navigatori europei, altri che il cammino che la civiltà umana, tappa dopo tappa, indica come un progressivo allargarsi della nostra consapevolezza. Che in ognuno di noi l’allargamento delle nostre frontiere più che geografico sia invece un percorso, o una traversata, per riscoprire, più che scoprire, quanto è già in ognuno di noi, le possibilità della nostra coscienza. Quella che gli americani, i più giovani sulla scena della storia, definiscono come il ‘self made man’, l’uomo che si fa da solo, quello che può ottenere quello che vuole. E allora quel loro ‘melting pot’, il pentolone ribollente nel quale si mescolano un po’ tutti, non è tanto per fondere in una tutte le diversità, quanto per esaltarle; non tanto, per dirne una, in quanto nazionalismi simpatici, ma che a volte ci fanno anche litigare, semmai come parametri che sono comuni a ogni individuo e che un Nuovo Mondo ci permette di lucidare.

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Come con quel loro nuovo presidente, il nero Barack Obama, il quale ribadisce che se anche qualcuno arriva e ci vuole colonizzare, con una scusa o con un’altra, sta pur sempre a noi di non lasciarglielo fare, perché per quanto possano essere confuse le nostre radici o le nostre nozioni di storia, è la nostra consapevolezza che le interiorizza: “Sono arrivato qui con una nave schiavista che mi rapì dal dal centro dell’Africa, oppure sono un discendente di uno sciamano siberiano che veniva a cercare nelle terre più calde un un nuovo territorio di caccia per la sua tribù intirizzita dal freddo?”, “Sono un irlandese approdato dopo la fame e la carestia che imperversarono in Irlanda fra il  1830 e il1860 o un discendente di quei coraggiosi esploratori vichinghi?” “Sono come mi vedo o ho scelto quest’era moderna, la New Age della nuova consapevolezza, per impadronirmi meglio delle possibilità che la nostra coscienza karmica ci offre?” Addirittura che un colombo sia, diciamo così, la stessa cosa di un piccione, con la quale denominazione lo stesso volatile è oggetto  di commenti dispregiativi ‘i piccioni sono animali sporchi’ per quel loro vizio di svolazzare sui monumenti lasciano qualche ricordino, e che invece in veste di colombe sono un simbolo di pace molto amato. Non possiamo cioè proprio scegliere di essere diversi da come siamo, e volare da una reincarnazione all’altra solo perché così ci gira, però imparare, come si fa con quella asana, kapotasana, il piccione, a stare un po’ giù ma già che uno ci deve stare, allora stirare un po’ le gambe che è facile che si appesantiscano negli impegni della vita di ogni giorno. Che se non è ogni volta una scoperta dell’America, è anche perché possiamo augurarci che l’umanità veramente persegua fini comuni, per se stessi dunque positivi…

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Concluderò allora questa minima dissertazione sulla consapevolezza ‘all’Italo-americana’  citando in primis un titolo, quello del primo testo conosciuto sulla scoperta di Cristoforo Colombo’, di tal Giuliano Dati, autore di racconti di viaggio favolosi, fra cui due Cantari dell’India  ai quali fece seguito la Lettera delle Isole nuovamente ritrovate , per l’appunto dedicata all’America, considerata ancora come propaggine dell’India, del 1493. Non scordiamo che l’impresa di Colombo fu considerata un successo solo inizialmente perché il suo viaggio era stato finanziato a scopo commerciale. Genova proprio in quegli anni aveva conquistato il monopolio dell’allume orientale, prodotto essenziale nell’industria tessile europea, che abbondava in Asia ma non era fra le materie prime del nuovo continente. E allora la Castiglia, che aveva favorito lo scambio, ma non ne vedeva più l’utile, preferì far incatenare Colombo da un commissario regio già istallato nelle colonie, tal Bobadilla, che lo arrestò appena sbarcato  a Santo Domingo nel suo terzo viaggio in America. Lo sfortunato Colombo, alla ricerca di prodotti di un qualche interesse che non fossero solo i manufatti d’oro degli ‘indiani’ – la definizione è proprio del navigatore genovese ed è ancora pienamente in uso benché clamorosa svista geografica – tornò una quarta volta oltreoceano ma dopo varie peripezie ‘naufragò’ in Giamaica dove rimase abbandonato per un anno e quando finalmente fu ricondotto in Spagna, morì di lì a poco senza essersi riconciliato con la corte e ancora convinto di aver raggiunto l’Asia, le sue isole… nuovamente ritrovate. Eppure tanti più pragmatici, come i portoghesi dell’epoca che allora intanto con Vasco da Gama nel 1497 trovarono una rotta niente male per l’India, a questo fatto della consapevolezza che scopre nuovi orizzonti, non danno tanta retta e, cito in seconda battuta, un detto delle parti nostre sull’argomento ’Quanno Cristofolo Colombo scoprì ll’America, ce trovò le canepinese che vennevano le nocchio, le canepinese do’ va’ le trove’… vero anche questo ma io rimango dell’idea che non è tanto l’allume che fa bello un tessuto quanto mi verrebbe di dire l’allure, quella consapevolezza di noi stessi che attrae gli altri e che, stranamente, per esempio, mentre mi trovavo da poco tempo a New York, da studente e con una padronanza dell’inglese a dir poco scarsa, mi faceva avvicinare, e ciò avvenne più volte, da americani che chiedevano a me come arrivare in una tal strada o in un’altra! Chissà, forse ravvisando in me una discendente di Colombo, paternità storica della quale sono stata sempre consapevole e orgogliosa, se anche da ciò Colombo non ottenne né ricchezze né onori, ma forse un Nuovo Mo(n)do di pensare…

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