San Martino. Tra fatti e parole.

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Certaldo alta, tra le colline del Chianti

Riceviamo da Rita e volentieri pubblichiamo.

L’estate di San Martino:
“urla e biancheggia il mar…  va l’aspro odor dei tini…  nel vespero migrar”

San Martino è una delle liriche più note del Carducci. S’impara a memoria a scuola, per quel metro, il settenario, che fa quasi ‘deglutire’… le quartine, anziché i quartini, come avviene in questo periodo, della svinatura – “tre giorni e un pochino”, recita un proverbio, intendendo di bel tempo – in cui si approfitta per bere il vino novello e chiudere, prima dei rigori invernali, la stagione agricola.
San Martino di Tours viene celebrato il giorno 11 Novembre, in ricordo della sua tumulazione, e non della morte, che avvenne l’8 del 397. Questo monaco e missionario, originario della Pannonia (l’attuale Ungheria) costretto alla carriera militare dal padre soldato, si convertì ancora bambino e si narra che egli venne battezzato all’età di 12 anni all’insaputa dei genitori, perché quel nome, Martino, che gli era stato imposto proprio in nome di Marte, il dio della guerra romano, non aveva piegato il suo animo sensibile e rimase dopo il battesimo a indicarne il coraggio.
La leggenda del suo miracolo più conosciuto, quando per aver donato il suo mantello ad un povero mendicante che aveva freddo, Cristo aveva concesso un breve momento di stagione più calda per non farlo morire congelato, lo fece acclamare vescovo di Tours.

Fra i padri del monachesimo occidentale questo santo fondò vari monasteri per promuovere la cristianizzazione dei Galli, ancora legati alle tradizioni celtiche e, malgrado in vita avesse dovuto subire anche delle accuse di eresia, la sua fama di santità crebbe dopo morto e fu pure istituito un ordine di di monaci detti cappellani, dal nome del mantello conservato come reliquia, la cappa appunto, da cui poi il vocabolo fu esteso ad indicare una piccola chiesa, sia isolata, sia incorporata in altro edificio, la cappella appunto.
Esiste anche un’altra leggenda, relativa ai suoi miracoli, quando circondato da pagani, che non gradendo le sue attenzioni di missionario lo avevano legato a un albero mentre veniva abbattuto a colpi d’ascia perché gli cadesse addosso, Martino era invece rimasto illeso, perché al momento dello schianto l’albero si era invece sollevato di pochi metri per poi ricadere dal lato opposto.

Questa ricorrenza è festeggiata un po’ in tutto il mondo, in Europa è particolarmente sentita in Svezia, Svizzera, Boemia, Germania e Francia naturalmente, e anche da noi, nelle Venezie, i fidanzati si regalano un dolce di pastafrolla raffigurante il Santo a cavallo. Anche nelle altre nazioni si confezionano biscotti per l’occasione, con semi di finocchio, cannella e a seconda delle ricette, con ricotta e marmellate. Fino a qualche decennio fa ancora si usava mangiare l’oca, simbolo che dai culti pagani che attribuivano all’animale un ruolo di protezione ai defunti, era rimasto a collegare questa festa ai riti di celebrazione della morte e rinascita, un po’ dimenticati dalla nostra civiltà occidentale e che sopravvissuti, assorbendo i nuovi riti cristiani, all’avvento della società industriale sono stati dimenticati, come il respiro di madre natura, i cui ritmi biologici si abbassano e poi si rialzano, nelle stagioni della vita e della morte.

E San Martino allora, altri non sarebbe stato che un protettore della religione della Grande Madre? Presso i Celti, i progenitori dei Galli, la Grande Madre era denominata in vari modi, a seconda che presiedesse ai riti della guerra, Morrigan, Dana, della vita, Anjarot, degli incantesimi, etc., la quale come la nostra Vergine, aveva un figlio Lug, che col padre, anch’esso divino Dagda, o spesso Tarassi, il tuonante, aveva un rapporto solo amichevole, non proprio di sangue, quasi solo un padre adottivo. Mentre Lug, o anche Finn, come pargolo doveva seguire la Madre, è detto infatti nelle loro saghe ‘il dio particolarmente infantile’, perché resta sempre giovane, soggetto solo alle leggi di natura, che lo festeggiano il primo agosto, come avveniva per un altro figlio divino, Adone, che ucciso da un cinghiale e pianto inconsolabilmente dalla madre dea Cibele, risorgeva a nuova vita in estate, nei Misteri a lui dedicati, con riferimento alla vicenda della semente che muore e risorge nel raccolto.

Cibele

Ma allora quei due miracoli di San Martino, stanno ad indicare la strada per l’aldilà è ancora aperta, malgrado le pressioni che la nuova religione avrebbe potuto esercitare su un credo semplice come quello delle popolazioni dedite soprattutto all’agricoltura, stanziali, mentre la cultura legata alla pastorizia, nomade, quella dei cristiani in altre parole, presentava dei rischi.

Risorgere in terre sconosciute, di cui il corpo ancora non ha assorbito i valori meteorologici, l’alea che la Grande Madre assicurava con un marito tonante ma occasionale, e che invece, come dimostra il veloce espandersi del cristianesimo nel mondo romano, il cui culto con lo Zeus saettante, il padre diventato più importante della madre e da venerare con maggior attenzione (anzi addirittura re degli inferi dove continuava ad essere luminoso, Diùs, da cui poi il nome greco) apriva a un figlio, Gesù, che assicurava alla nuova economia regole per garantire il passaggio con Pesah, la Pasqua, ebraica, alle anime staccate dal loro luogo di origine, e non più quindi perfettamente in regola con i loro semplici bioritmi legati all’humus, umore della terra.
E allora la fortuna del cristianesimo, che con il suo battessimo assicura al bambino un nome che lo aiuterà a riconoscersi e a rispettare maggiormente i suoi ritmi se anche non può delegarli direttamente alla Madre. Un nome che quindi i genitori consacrano al momento della nascita affinché lo indirizzi, quando le sue facoltà intellettive  ed affettive non siano in sintonia con una natura più lontana. E difatti per gli antichi era nel nome un ricordo del cuore, ‘nomina sunt omina’, dicevano i latini, che il genitore che ci ama, sente e ce lo conserva.
Allora se anche sembra divergere dalle nostre inclinazioni a volte, San Martino lo spiega, se il nome ci sembra imposto, invece che un soldato nella guerra io sono diventato un soldato nella fede, nel cammino della vita, per rimanere in sintonia anche nelle situazioni più difficili, sia cioè che il nostro ruolo ci riesca pesante, come un mantello che non basta più, o che ci siamo allontanati, in contrasto con gli umori degli altri, come nella leggenda dell’albero, probabilmente simbolo, come Yggdrasil, della conoscenza, nelle saghe germaniche o del Bene e del Male nella Bibbia.

E se si usano le lanterne per celebrare il santo in molti paesi è proprio per ricordare, come i greci con Dionigi guidato da una lanterna per scoprire  se stesso, che questa conoscenza non muore con la morte, che è un rapporto in sintonia, non solo con la Natura, spiega San Martino missionario fra i Celti, ma anche con noi stessi. E se questo a volte nella religione cristiana è lasciato alla devozione per i Santi, che vegliano su di noi, con la festa di Ognissanti e poi dei morti, il 2 Novembre, quando i bambini passano per le case a chiedere dolcetti e scherzetti;
se invece per San Martino, questa tradizione conserva soltanto i dolcetti, è come a dire che a noi stessi spetta di tenere lucida la risonanza che ci guida nelle azioni, un po’ l’idea che il nome, cioè come ci chiamiamo, derivando da calmare, dal latino clavis chiave, spiegavano le antiche religioni, è in sintonia, perché gli astri hanno forma circolare, presso i Celti la ruota è simbolo di resurrezione e nel Cristo, nuovo simbolo di resurrezione, è tondo il calice, che diventa circolare nelle rappresentazioni per la luce che lo sormonta.

Lo so, tanti ormai hanno perso la speranza, ma guarda che strana coincidenza, vi è stato circa un secolo fa, un altro San Martin, di nome e di fatto, il generale Josè di San Martin, artefice della liberazione dell’Argentina e del Perù dal dominio spagnolo, che anche lui cominciò come soldato ma che, politicamente alieno da ogni ambizione, rinunziò al protettorato e al comando militare scegliendo l’esilio volontario in Europa, da cui continuò ad aiutare al causa dell’indipendenza dell’America Meridionale. Un vero e proprio Martin pescatore più che cacciatore, che predilige i pesci ma non disdegna gli insetti, col ciuffo azzurro, per tuffarsi nei limpidi torrenti, non un ritardatario, che non ama mangiare, ora che la stagione lo richiede, porri, cavoli e spinaci, ricchi di vitamina C, che fortificano dai raffreddori che si profilano in inverno e che lasciano il naso chiuso e un metabolismo basale in disordine, con uno squilibrio di calorie da riportare sempre a livello con assunzione di troppi zuccheri. E non scordiamoci di meditare: la nostra ghiandola pituitaria, non è solo la sede di ormoni che regolano lo sviluppo corporeo, bensì richiedendo un apporto continuo alle mucose delle fosse nasali per raccogliere con un respiro ‘osmotico’ le sensazioni olfattive, espleta funzioni importantissime per il nostro organismo vivente, al quale l’odore di terra umida non sa di decadenza perché   …  piovigginando sale  …  stormi d’uccelli neri  …   l’anime a rallegrar!

Rita Marcucci

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