CHI LASCIA LA TUSCIA ANTICA PER LA VILLANOVIANA SA QUEL CHE L’ASIA… NON SA QUEL CHE TROVA! Rita Marcucci

‘Questa è la differenza fra noi e gli etruschi… noi pensiamo che i fulmini si producano in seguito all’urto delle nubi, essi invece pensano che le nubi si scontrino perché si possano produrre dei fulmini e infatti poiché attribuiscono tutto alla divinità, sono convinti che le cose hanno un significato non perché avvengono, ma in quanto portatrici di significato’. (Seneca)

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Statua cineraria etrusca da Chiusi 550-530 aC

Tutti sappiamo quanti misteri avvolgano questo popolo. Qualche leggenda, di cui parla anche il ‘padre della storia’ Erodoto, si riferisce all’arrivo, nell’età del ferro, di ‘popoli del mare’, quali erano anche già apparsi in Egitto, come Achei, Filistei, Siculi, Sardi, o i Tirreni, con cui furono identificati più tardi proprio gli etruschi. Popoli mercenari che fornivano spesso alle popolazioni autoctone truppe, scambi commerciali e ove possibile anche nuovi insediamenti. Si è parlato anche di popoli palestinesi, anatolici, pelagici, egei in movimento, in un’epoca di grande turbamento nel Mediterraneo che avrebbe indotto anche la stirpe tirrenica a spostarsi dall’Anatolia all’Italia Centrale ancora scarsamente popolata e da culture, quelle che gli archeologi definiscono villanoviane, raggruppate solamente in entità familiari.
Un tragitto non dissimile da quello descritto da Virgilio per Enea che si rifugia nel Lazio dopo l’incendio di Troia.

Enea fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle

Enea fugge da Troia con il padre Anchise sulle spalle

Qualcuno ha parlato anche di invasioni celtiche che si sarebbero spinte più a sud della Valle Padana in questo periodo ma quali che siano le corrispondenze o similarità dei tratti peculiari di un popolo con un altro le origini delle genti che vissero nella nostra regione fra il XII arrivando al IV,III sec. a.C. sono rimaste avvolte in un alone di mistero, come suggerisce anche la singolare etimologia del nome Tuscia (riportata da Paolo Diacono) da Tus, incenso, per il grande numero di templi, non lontana da quella derivata dal verbo greco thysiazein, sacrificare. Una religiosità che avrebbe contraddistinto e permeato tutta la loro cultura, la ‘disciplina etrusca’ cioè il consesso di pratiche divinatorie e cultuali famosissima presso tutti i popoli antichi. Retaggio di un popolo scampato ad una grande carestia, come racconta Erodoto, e che ancora ringrazia gli dei per la nuova patria? E’ indubbio che alcune delle fogge degli abiti e le tombe tagliate sui fianchi della montagna siano di diretta ascendenza orientale, ma nel X sec. l’Italia era servita di tutto punto dai mercanti fenici che veicolavano merci dall’oriente di ogni tipo: oro, argento, avorio, pietre preziose, porpora, gioielli, vasellame. E per giunta esisteva anche allora il commercio di prodotti contraffatti dall’Egitto e dall’Assiria.

Orecchini d'oro - Chiusi

Orecchini d’oro – Chiusi

E allora a me piace pensare che in fondo la provenienza dall’oriente degli etruschi sia forse solo uno scherzo di quel cosiddetto ‘sorriso arcaico’, un po’ enigmatico, che aleggia ancora sulle loro statuette, di un popolo che aveva così stretti legami con la natura di cui aveva imparato a riconoscere i segni e i prodigi, che quel rapporto di cui si favoleggia, essendo peraltro andata perduta ogni testimonianza scritta della loro lingua – se non per poche incisioni su vasi e cisti votive – alluda invece ad una consonanza della quale, in un certo periodo della loro storia, si resero conto di essere tributari come tutti gli altri popoli, per quanto lontani e stranieri potessero essere nel Mediterraneo i primi mercanti dall’Est e dall’Africa. Relazioni e corrispondenze dalle quali gli indovini etruschi, i Manta, capirono di avere in comune con tutti gli altri la discendenza da benevoli divinità, triadi, come la loro, Uni Maris e Menerva (dai latini poi identificate con Giunone Marte e Minerva) che nella religione della Grande Madre – che stava lasciando il posto a un culto per società patriarcali, più gerarchicamente organizzate – avrebbero continuato a proteggere gli adepti fiduciosi.

Dettaglio della parte anteriore di un carro etrusco

Dettaglio della parte anteriore di un carro etrusco

Che ‘Menerva’, ad esempio, etimologicamente ‘essere dotato di spirito’, li avrebbe protetti quali esseri spirituali essi stessi, in possesso della loro anima, da trattare con riti e culti in templi di cui poco si è conservato, ma si sa che erano in legno e terracotta vivacemente dipinti, a portata d’uomo. Are e altari per mediare con la divinità, che non esisteva indipendentemente da essi. Una religione, quella etrusca, che libera l’individuo da una sottomissione senza scopo a dei che non ascoltano, come si narra nella leggenda di un’ etera orientale Tanaquilla la quale avrebbe dapprima solo servito, con arti lascive e lussi dall’oriente, Tarqna, il primo re etrusco (da cui la discendenza dei Tarquini) giungendo infine a sposarlo e a regnare con lui sul trono, divenuta modello di virtù casalinghe.

Sarcofago etrusco con coppia di sposi

Sarcofago etrusco con coppia di sposi

Sul piano della rilevanza spirituale, questa leggenda che fu narrata nelle scuole fino all’epoca dei nostri nonni, durante il fascismo, sembra solo il coronamento di poco lodevoli maniere premiate ad onta della decenza, ma gli etruschi la raccontavano per parlare della liberazione dai legami paralizzanti di una concezione naturalistico-fisica in cui l’uomo è servo dello spirito che anima la materia, che però lo libera a patto che egli li conosca e li rispetti. Anche quando l’Oriente e i mercanti che arrivano con i loro prodotti li presentano come ricchezze, e non come offerte votive. Ma quella coscienza storica che è riuscita ad elevarsi al di sopra del pensiero naturalistico potrebbe addirittura riconoscere in quei vasi, nelle tombe a volta di cui parla il lidio, nei berretti frigi e monili in vetro nientemeno che i soliti prodigi di Ishtar-Afrodite, la loro Turan, che sui sarcofagi degli sposi stretti nell’abbraccio riconosce all’amore un valore che si perpetua e non degrada perché inamovibile dall’uomo stesso, che lo pratica in Oriente ed Occidente allo stesso modo, come se allora agli uomini e alle donne e alla loro simile natura si possa riconoscere, se anche a volta abbigliata e rivestita di fogge diverse, una sostanziale unità che forse fu quella che convinse i Rasenna, come a volte loro stessi si definivano, a chiudere, diremmo oggi, baracca e burattini, per vedere che c’è al di là del velo, anzi di Veio!

Chiusi - Sfinge - etrusca

Chiusi – Sfinge – etrusca

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