Pratica Yoga. C’è differenza tra corpo fisico e corpo sottile? La risposta dalla tradizione del Kashmir secondo Eric Baret

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Domanda:
nello Yoga più diffuso in Occidente si tende a vivere il corpo fisico come uno strumento da perfezionare, anziché un mezzo per arrivare a sentire più intensamente il manifestarsi dell’esistenza, quello che tu a volte chiami la celebrazione della vita. Si tende inoltre a contrapporre la fisicità di un’esperienza rispetto a una dimensione più sottile. Come definiresti l’esperienza o la dimensione spirituale nell’Occidente contemporaneo? E’ qualcosa che si contrappone alla fisicità di un’esperienza? Inoltre, si tratta di qualcosa di diverso oggi rispetto al mondo tradizionale dell’India antica?
Risposta:
la tradizione kashmira usa dei nomi. Ciò che è chiamato corporeo o spirituale non è che una rappresentazione. La parola non è la cosa. La carta non è il territorio. Si può definire la parola, ma la parola non è la cosa. Ciò che è chiamato corpo è una memoria affettiva che si è creata nella tenera infanzia e quando io penso al corpo, sento il corpo, io rievoco questa memoria. E’ una memoria patologica nel senso che è fissata. Il corpo è divenuto un oggetto e noi abbiamo una relazione psicologica con questo oggetto: lo amiamo o non lo amiamo. Si cerca di sfruttare questo oggetto, di servirsene, per arrivare a uno scopo immaginario. Alcuni allenano il corpo, altri lo tendono o lo distendono. Tutto questo dal punto di vista della tradizione kashmira è una forma di autismo perché noi non siamo due, il corpo non è un oggetto a nostra disposizione. Perciò quando si abbandona questa abitudine a trattare il corpo come un oggetto, rimane qualcosa di sconosciuto, non più il corpo di memoria, il corpo di tensione, il corpo di desiderio, che sono i corpi del passato. Resta una sensazione. Nella tradizione del Kashmir si lascia diventare viva questa sensazione e ciò richiede di non avere alcun legame psicologico con la sensazione; non ci si aspetta niente dalla sensazione, non si rifiuta niente, non si cerca niente.

Quindi, in questo spazio senza attesa, senza aspettativa, tale sensazione diventerà viva. Normalmente la prima cosa che sentiamo fisicamente è una forma di tensione, di pesantezza, che la maggior parte delle persone cerca di rimuovere, di trasformare. Ma quando cerco di togliere una tensione non faccio altro che spostarla. Al contrario, se ascolto la tensione, senza avere la minima intenzione di cambiarla, la tensione diventerà viva, comincerà a muoversi e un po’ alla volta si dispiegherà. Allora si lascerà tutta la sensibilità del corpo diventare viva nel nostro ascolto senza intenzione. All’inizio emergono in superficie gli strati per così dire più opachi del corpo: la densità, la pesantezza,poi a mano a mano, gli strati più sottili di luce, vibrazione, radiazione diventeranno vivi.
Alla fine ha luogo in effetti una trasformazione: questo corpo diventa radiazione, risonanza nella quale tutto ciò che è intorno si riflette, finché non arriviamo a dire che esiste solo ciò che è esterno al corpo.

Questo processo di ascolto è quello che si chiama yoga in tutte le differenti tecniche. Lo yoga in tutte le sue versioni esiste unicamente per affinare l’ascolto e lasciare che tutti questi vari strati di resistenza appaiano uno dopo l’altro. Perciò la parola ‘spirituale’ non ha senso nello shivaismo del Kashmir perché la realtà non è che vibrazione e ascolto di tale vibrazione. L’attenzione è vibrazione e la radiazione ultima è vibrazione. Dunque non c’è nulla di materiale o di non materiale. C’è quello che viene chiamato spanda.

E’ l’approccio vedantico che crea separazione e distingue  il mondo materiale grossolano, maya e il mondo sottile, atman..

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